1. La vocazione: 1901 – 1926

 

Il periodo, in analisi, va dalla vocazione alla ordinazione sacerdotale. Le tappe salienti sono le seguenti.

Di Donna con sua madre

Di Donna con sua madre

Nascita: 23 agosto 1901 a Rutigliano (Ba) da Domenico e Laura Santa Di Carlo, famiglia patriarcale di agricoltori benestanti, ultimo di 9 figli. Della sua infanzia non abbiamo grandi notizie. Cresceva in un ambiente fortemente cristiano. Sappiamo che era affezionatissimo a suo fratello Gianbattista, divenuto sacerdote e morto giovanissimo. Era attratto dallo studio e particolarmente dalla cultura religiosa.

1911: predicazioni quaresimali tenute a Rutigliano dai Padri Trinitari; primo incontro con i Padri Trinitari; fu particolarmente affascinato dall’abito missionario: candido con una croce rossa e azzurra sul petto. Non perdeva occasione per ascoltare le prediche e quando comunicò in famiglia la sua volontà di entrare a far parte dell’Ordine Trinitario non sorprese nessuno, perché, da molto tempo, parlava in casa di quei religiosi e del loro compito di redimere gli “schiavi “ anche a costo della propria vita.

12 ottobre 1912: a 11 anni entra, con il pieno consenso della famiglia, nel collegio di Santa Lucia in Palestrina, provincia di Roma, come aspirante. Il 27 agosto del 1914, qui riceve la cresima per l’imposizione delle mani del Cardinale Vincenzo Vannicelli.

1916: dopo quattro anni di permanenza a Palestrina è trasferito a Livorno nel Convento di San Ferdinando per il periodo di noviziato ove si distingue come novizio esemplare per i Superiori e per i confratelli. Il 12 ottobre 1916, dopo la solenne cerimonia di vestizione gli viene dato il nome che da allora e, per sempre, lo avrebbe distinto dagli altri religiosi: Fra Giuseppe della Vergine. Era una scelta ed un segno, perché l’amore verso la Madonna lo avrebbe segnato e contraddistinto per tutta la vita.

1918: Roma. E’ nel Collegio di San Crisogono Martire in Trastevere. Frequenta i corsi di filosofia e di teologia presso l’Università Gregoriana dei Padri Gesuiti conseguendo la laurea in filosofia nel luglio del 1920 e quella in teologia dogmatica nel luglio del 1924. Il 7 febbraio 1921 rimane orfano di padre. Non gli fu permesso di partecipare ai funerali, in quanto le disposizioni dell’Ordine non lo consentivano.

24 dicembre 1923 (vigilia di Natale): pronunzia i voti solenni propri dell’Ordine Trinitario impegnandosi ad essere obbediente, casto, povero e a non ambire a cariche ecclesiastiche. Così scriveva a sua madre prima di pronunciare i voti:

«La vigilia di Natale farò la mia solenne professione con la quale in modo irrevocabile e perpetuo mi consacro al Signore nell’Ordine Religioso che ho eletto. Sono molto contento di questo, specialmente che ciò avvenga nella festa del Santo Natale. Quest’anno, poi, sarà un anno di benedizione e di misericordia del Signore: se posso prepararmi a subire gli esami che si richiedono nel frattempo, per Pasqua, per grazia di Dio, sarò sacerdote».

Cardinale Basilio Pompili

Cardinale Basilio Pompili

1924: non ancora sacerdote, per le sue notevoli capacità, fu nominato dal Padre Generale dell’Ordine, Maestro degli Studenti professi. Accettò per obbedienza e nella certezza che avrebbe trovato aiuto e conforto in Gesù Sacramentato, cui in ogni momento si rivolgeva.

18 maggio 1924: quarta domenica dopo Pasqua. Viene ordinato sacerdote di Cristo dal Cardinale Basilio Pompili nella Basilica di San Crisogono e qui celebra la sua prima Messa circondato dai confratelli e dai fedeli. E’ nominato Maestro degli studenti nel Collegio di San Crisogono e riceve l’incarico di insegnare lingua italiana e altre materie nelle classi superiori del Ginnasio Trinitario delle Fornaci.

Divenuto sacerdote si impose un programma di vita interiore molto impegnativo: continua ascesa spirituale, sete di patimenti, brama di donazione e annientamento di sé. Il Venerdì di passione del 1926 (26 marzo) si legava in mistiche nozze con la Croce. Tanto si desume da un documento scritto di suo pugno e confermato dal suo Direttore Spirituale:

Croce chiodata

Croce chiodata


«Oggi, 26 marzo 1926, Venerdì di Passione – Festa dei Dolori di Maria – Primo giorno di mia vita – SPOSALIZIO TRA LA CROCE E ME. Sua dote: Gesù. Mia dote: non bere mai fuori pasto. Non cercare comode posizioni. Ogni giorno 5 Pater, Ave e Gloria con Trisagio, tenendo le mani in Croce. Pregando non appoggiarsi.

Il Breviario, se non si recita in Coro o in viaggio, recitarlo in ginocchio. Con animo generoso andare incontro alla Croce quando viene. Mi obbligo di più ad accrescere giornalmente tale dote con atti non previsti nel contratto. Firmato + Sposa. Padre Giuseppe, Sposo. Gesù in Sacramento teste e mallevadore (garante). Ave Crux, spes unica! Per Te me recipiat qui per Te me redemit».

 

Tormentava le sue carni con la disciplina, cilici di ferro e altri strumenti di penitenza: aveva costruito una piccola croce di legno, l’aveva incastonata di punte di ferro e se l’era posta sul petto, perché i chiodi incidessero nella carne viva. Dormiva spesso sul nudo pavimento e si mortificava nei cibi e nelle bevande.

Per Fra Giuseppe Di Donna si prospetta una vita piena di responsabilità e di insegnamento ma il Signore, presto, lo chiamerà ad altro incarico, molto più faticoso dell’insegnamento e della cura degli studenti, lo chiamerà alla missione ad gentes ed è come se la sua vita cominciasse da capo.

 


 

2. Missionario in Africa: 1926 – 1940

 

Di Donna con un gruppo di missionari

Di Donna con un gruppo di missionari

1925. Il 16 ottobre del 1925 la Sacra Congregazione di Propaganda FIDE concedeva all’Ordine Trinitario della Provincia Romana l’autorizzazione ad aprire una missione trinitaria nel Madagascar (Africa). All’Ordine Trinitario fu ceduta dai Padri Gesuiti la Provincia dell’Itasy e precisamente il distretto di Miarinarivo.

Giugno 1926. Padre Giuseppe Di Donna, insieme ad altri quattro Padri Trinitari, fu inviato nel Madagascar: una grande isola, circa due volte l’Italia, posta all’estremo sud dell’Africa e ai tempi di Mons. Di Donna colonia dell’impero francese. Prima della partenza i cinque Padri furono ricevuti in udienza privata da Papa Pio XI e pochi giorni dopo, il 4 giugno 1926, nella Chiesa di San Tommaso in Formis a Roma, si riunirono i religiosi dei conventi trinitari di Roma per la cerimonia di addio: ad ognuno fu consegnato il Crocifisso missionario.

Più che scelta “personale”, tale attività missionaria fu una richiesta fatta a lui dai Superiori, accolta con spirito di “ubbidienza” e con grande generosità. Non si trattò di una scelta indolore. Per Padre Giuseppe comportò una “virata” energica nella sua vita spirituale, una virata di fede, un atto di perfetto abbandono alla Provvidenza e volontà divina, che lo chiamava ad una donazione a Dio ed alle anime ancora più esigente della vita religiosa.

Era stato ordinato sacerdote da poco, il 18 maggio 1924. Tutto sembrava scorrere nel più normale dei modi, nell’ambiente protetto della preghiera e dello studio, clima chiaramente consono al temperamento meditativo e raccolto di Padre Giuseppe della Vergine, quando suonò per lui la chiamata dall’Alto, attraverso la voce dei Superiori, per un altro fecondo, ma impegnativo, campo di apostolato: la missione ad gentes.

Settembre 1926. Fra Giuseppe giunse nella sua missione la sera del 17 settembre, due anni dopo la sua ordinazione sacerdotale e vi rimase, ininterrottamente, fino al 1938, ben 12 anni.

Attività pastorale. Il Distretto di Miarinarivo misurava circa 8.000 Kmq.. Una ventina di giorni al mese erano da lui dedicati alla visita delle cristianità (piccole comunità cristiane) diffuse per tutto il distretto che egli raggiungeva in motocicletta.

Il primo venerdì di ogni mese, aveva fissato l’incontro di tutti i catechisti per trattare i problemi che interessavano le varie cristianità e impartire loro l’istruzione catechistica per il mese successivo.

Fra Giuseppe si distinse per aver acquisito una perfetta conoscenza della lingua malgascia, per le sue doti di musicista, per la costruzione o l’ampliamento di numerosi edifici sacri, per il maggior numero di scuole private cattoliche presenti nel distretto dovute, in gran parte, alla sua iniziativa, che si contrapponevano a quelle protestanti e a quelle governative atee. Con l’arrivo di nuovi missionari Fra Giuseppe si dedicò alle cure della città di Miarinarivo e alla formazione e istruzione dei catechisti.

Per il suo zelo instancabile e le sue generose iniziative, il numero delle cristianità e dei fedeli accrebbe celermente. Le associazioni Pie e quelle dell’Azione Cattolica si affermarono e si svilupparono in tutto il Distretto. La vita cristiana si intensificò sempre più grazie, anche, ai numerosi e periodici esercizi spirituali da lui stesso predicati nei vari Cantoni del suo Distretto.

Monsignor Di Donna in moto in Madagascar

Monsignor Di Donna in moto in Madagascar

Furono 12 anni di vita missionaria molto intensa e con buoni risultati, tanto che la Missione, di cui Padre Giuseppe divenne poi il Superiore (dal 6 marzo1935), fu dalla Santa Sede ritenuta degna di essere affidata al clero malgascio.

Accanto alla predicazione e alla capacità di radicare il Vangelo in una terra dagli usi e dai costumi pagani, dai culti molto distanti se non in contrasto con la Religione cristiana, Padre Giuseppe si fece carico di salvaguardare le condizioni di vita degli indigeni sull’esempio di Cristo che ha curato non solo l’anima ma anche il corpo. Ebbe a combattere contro la peste bubbonica creando ospedali e centri di cura a volte contro le stesse Autorità che spesso intralciavano il lavoro della missione.

1938. Nel novembre del 1938 tornò in Italia per trattare l’erezione del nuovo vicariato di Miarinarivo. La Congregazione di Propaganda Fide comunicò al Superiore Padre Giuseppe, infatti, la volontà della Santa Sede di rendere autonoma la Missione considerato lo sviluppo preso in pochi anni per opera dei Trinitari e considerato, anche, che c’erano problemi con la Francia che non voleva sacerdoti italiani in Madagascar. Si avvicinava il clima rovente della seconda guerra mondiale: l’Italia era governata dalla dittatura fascista ed alleata della Germania nazista.

Compiuta la sua missione a Roma, il 25 novembre 1939, partì per la Francia allo scopo di ritornare a Miarinarivo. Mentre era ancora a Marsiglia, l’8 dicembre lo raggiunse la nomina a Vescovo di Andria e fu, perciò, richiamato a Roma.

Per ringraziare l’Ordine Trinitario e, in modo particolare, Padre Giuseppe dell’intenso e coraggioso lavoro missionario svolto nell’isola rossa, Pio XII volle elevare l’umile Frate alla dignità vescovile.

La notizia della nomina a Vescovo si era diffusa ed aveva riempito l’Ordine di gioia e di orgoglio, ma Padre Giuseppe era rimasto confuso ed aveva tentato più di una volta di rifiutare, in obbedienza al quarto voto dei Trinitari che imponeva di non ambire.

Il 10 febbraio 1940 non potè più tacere, perciò scrisse ai confratelli: «Vi devo comunicare una notizia che vi sarà nello stesso tempo gradita e sgradita…il Santo Padre aveva pensato di dare una prova esterna del suo altissimo compiacimento per l’opera svolta dai Padri trinitari a Miarinarivo elevandone uno al Sacro Episcopato e ciò e toccato a me».

Li esorta a continuare a lavorare con dedizione ed amore per le anime che la Provvidenza aveva loro affidato: è il suo testamento spirituale per i confratelli missionari.

 


 

3. GLI ANNI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE: 1940 – 1945

 

Monsignor Di Donna con i partecipanti alla consacrazione episcopale

Monsignor Di Donna con i partecipanti alla consacrazione episcopale

31 marzo 1940. A Roma, nella Basilica di San Crisogono, fu consacrato Vescovo dal Cardinale Raffaele Rossi, assistito da Mons. Celso Costantini, segretario della Sacra Congregazione di Propaganda FIDE e da Mons. Petronelli, arcivescovo di Trani, suo metropolita.

Domenica 5 maggio 1940. Giunse ad Andria. Come riferisce la cronaca, sceso dalla macchina, sotto una scrosciante pioggia, baciò prima il crocifisso e poi, inginocchiatosi, baciò la terra di Andria; un gesto che sorprese tutti e che commosse. Scoppiò, spontaneo, un grande applauso. Prima ancora di entrare in Diocesi volle conoscere personalmente gli assistenti dell’Azione Cattolica per essere informato circa l’Associazione che riteneva fondamentale per la realizzazione del Vangelo di Cristo come lo stesso Papa Pio XI aveva insegnato.

10 giugno 1940. Mussolini annunciava l’entrata in guerra dell’Italia. Il Vescovo capì la totale rovina verso cui il mondo precipitava e offrì la sua stessa vita per colmare i peccati del genere umano. Dette disposizioni che come atto di riparazione la sua Diocesi fosse offerta al Cuore di Gesù. Era trascorso appena un mese dal suo ingresso in Andria e questo fu uno dei primi atti con cui esprimerà la sua intensa spiritualità. Pur nelle vicissitudini della guerra, Mons. Di Donna si sforzò di condurre una pastorale, il più possibile ordinaria, nella catechesi, nella liturgia e nella carità.

L'arrivo ad Andria del vescovo Di Donna

L’arrivo ad Andria del vescovo Di Donna

Catechesi. Egli considerò l’attività catechistica strumento essenziale per la promozione del bene e da missionario qual era, si preoccupò di sensibilizzare in Diocesi l’amore per coloro che annunciavano il Cristo in terre lontane e sconosciute.

Liturgia. In campo liturgico ritenne opportuno che in ogni parrocchia si continuasse l’Associazione del Piccolo Clero, perché si garantisse ai fanciulli ed ai giovinetti il culto della pietà Eucaristica. Nel 1943 istituì i “ Ritiri di Perseveranza “ che avevano lo scopo di assicurare i fedeli alla pratica religiosa mediante la frequenza assidua ai sacramenti. Nel 1944 dette nuovo impulso all’Apostolato della Preghiera. L’attività di questo apostolato, tutta spirituale, era posta sotto la protezione del S. Cuore di Gesù. Prevedeva l’impegno della comunione riparatrice mensile, settimanale o quotidiana, la consacrazione delle famiglie al Cuore di Gesù, l’”ora santa “, la preghiera per la santificazione del clero e delle missioni, la celebrazione solenne del primo venerdì di ogni mese e il ritiro mensile degli iscritti. Al Vescovo che amava la preghiera, tale apostolato fu sempre tra le sue prime preoccupazioni.

Carità. Convinto, infine, che la carità fosse una virtù che distingueva il cristiano in ogni tempo, esortava a fondare in ogni parrocchia le Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli come sviluppo delle opere di carità per tutti. La Diocesi di Andria viveva di una economia prevalentemente agricola e pastorizia in mano a pochi ricchi proprietari terrieri incuranti dei bisogni della povera gente. Una situazione che si aggraverà con il ritorno di centinaia di reduci a fine guerra e che sfocerà nei moti degli anni 1946-1947 che interesseranno Andria e tutta quanta la Puglia.

Impegno sociale. Con la lettera pastorale L’Edificio sociale del 1944, Mons. Di Donna poneva le basi per una fiorente attività sociale. La miseria che ogni giorno si presentava davanti ai suoi occhi non lo lasciava indifferente. La giustizia, la pace, l’amore tra gli uomini erano il fondamento del messaggio cristiano e questi stessi principi si scontravano con le ingiustizie, la fame e la miseria che attanagliavano il popolo di Andria. Troppo pochi coloro che godevano di tutto e troppo grande il numero di chi non possedeva nulla. Come Vescovo sentiva il dovere di levare la propria voce per offrire il sostegno della Parola di Dio e della Chiesa per la ricostruzione morale e materiale del suo popolo.

Nel 1945, per non disperdere il patrimonio morale e sociale dei lavoratori cristiani oltre che la propria identità, la Chiesa aveva avvertito la necessità di dar vita ad una vera e propria organizzazione pre-sindacale: le A.C.L.I. (Associazione Cristiana dei Lavoratori Italiani) da contrapporre alla C.G.I.L. anch’essa nata, a Napoli, nel 1945. Le A.C.L.I. a partire dal 1947 attraverso il Patronato A.C.L.I. avrebbero svolto azione di assistenza amministrativa, legale, sanitaria, di qualificazione professionale e corsi gratuiti di istruzione ai lavoratori. Sotto la guida delle A.C.L.I. sorsero, in diocesi, l’Associazione dei Coltivatori Diretti, il Sindacato degli Insegnanti, il Centro dell’Artigianato Cristiano, la Libera Confederazione Generale del Lavoro e i Sindacati dei Muratori e dei Mugnai. Nei progetti del Vescovo queste Associazioni dovevano favorire un cambiamento della società andriese che presentava ancora disparità tali che provocavano sentimenti di odio.

Particolare attenzione ricevettero dal Vescovo, sempre in campo sociale, i giovani e l’Azione Cattolica. Il Vescovo fu per essa maestro e modello. Egli trasmise la sua intensa spiritualità ai membri dell’A.C. e la seguiva costantemente come un buon padre di famiglia così come lo fu per i giovani della Diocesi. Mons. Di Donna fece proprio il metodo pedagogico di don Bosco e vedeva nell’esperienza dell’oratorio ciò che poteva procurare alla gioventù sia i leciti svaghi, sia l’istruzione religiosa. Promosse, ancora, la costituzione del C.I.F. (Centro Italiano Femminile), perché, pensava, che proprio partendo dalle donne si poteva iniziare l’opera di risanamento morale. Al C.I.F. affidò l’assistenza all’infanzia povera, la conduzione degli asili, delle colonie estive per i bambini poveri, del doposcuola gratuito e l’organizzazione dei corsi professionali.

A fine guerra aveva istituito un ufficio di informazioni per i prigionieri di guerra e di assistenza per i reduci e i profughi. A dei profughi offrì per abitazione alcuni locali della sede episcopale; a dei reduci altri locali per una iniziativa di lavoro privata, senza mai chiedere nulla in cambio.

Nel 1945, infine, con scrupolosa attenzione preparava la visita pastorale in tutte le parrocchie della diocesi che si sarebbe dovuta ripetere nello stesso periodo di ogni anno: da marzo a maggio.

I primi anni dell’episcopato di Mons. Di Donna, furono caratterizzati da enormi difficoltà dovute allo scoppio del conflitto mondiale ed alle misere condizioni di vita. Le difficoltà davano a tutti un senso di provvisorietà della loro esistenza. In questi tempi così precari, il Vescovo, proprio come fece nella missione in Africa, non si limitò a curare la sfera spirituale della persona; ma, ai problemi dello spirito, unì la risoluzione di questioni concrete che affliggevano il suo popolo.

 


 

4. Gli anni delle forti tensioni sociali 1946 – 1950

 

Il timore di attentati alla propria persona avevano spinto i ricchi proprietari terrieri di Andria a fuggire a Bari, Napoli o Roma. Una scelta che non risolveva nulla, anzi, accendeva ancor di più l’animo dei contadini che con i reduci e i disoccupati, riuniti in leghe rosse, pretendevano di farsi giustizia da soli. Non era solo la Diocesi di Andria che viveva un tale turbamento economico e sociale, ma tutto il territorio pugliese. In queste condizioni il Vescovo temeva il diffondersi del comunismo e del protestantesimo, come poi avvenne.

Egli stesso fu oggetto di aggressioni. Il 30 maggio 1945 presso la parrocchia della SS.ma Annunziata e il 1 giugno, dello stesso anno, presso quella di Sant’Agostino, sempre in Andria, gruppi di giovani gli impedirono di amministrare la cresima. Gesti che il Vescovo comprendeva, perché giustificati dall’esasperazione e non si dava pace per il perdurare della situazione.

A causa dell’elevato numero di disoccupati, gli atti di violenza aumentavano di giorno in giorno e vi furono morti e feriti. Le leghe rosse stabilirono sistemi arbitrari per sopravvivere come la tassazione dei proprietari il cui ricavato doveva servire per l’assistenza ai reduci e ai disoccupati e l’imposizione a tutti i proprietari terrieri di manodopera per lavori di miglioramento fondiario.

Il Vescovo nel tentativo di offrire a tutti una speranza colse l’occasione della quaresima del 1946 per inviare, al popolo, una lettera pastorale dal titolo molto significativo: Doveri del cristiano nell’ora attuale. Tre cose sono indispensabili, annotava nella lettera. Queste sono: la santificazione della festa, l’amore scambievole e la professione aperta e franca della fede cristiana. Il Vescovo invitava i cristiani a non favorire leggi o persone che miravano ad escludere Cristo dalla società, dalla famiglia o dalla scuola. In occasione della festa dei lavoratori del 1° maggio 1946 scrisse una seconda lettera pastorale con cui condannava il male e, soprattutto, metteva a nudo la natura dell’ideologia comunista dichiarandola anticristiana.

Nel 1947 da Mons. Baldelli, presidente della Pontificia Commissione Assistenza, ottenne l’istituzione di un Centro di assistenza per i braccianti. Volle che in ogni parrocchia si tenessero pubbliche conferenze per la conoscenza del pensiero sociale della Chiesa.

Spesso discuteva con i lavoratori per incoraggiarli e proporre iniziative pubbliche a carattere sociale come l’istituzione di un corso di taglio e cucito, un laboratorio per le ragazze figlie di disoccupati. Secondo l’insegnamento cristiano della carità, tutti erano assistiti, senza alcuna discriminazione di fede, di partito o di altro. La fiducia nel Vescovo era tanta che durante alcuni moti cittadini, ad Andria, furono fatti prigionieri dei carabinieri dai reduci e dai disoccupati e solo al Vescovo fu consentito visitare tali prigionieri.

Nel 1947, pur tra notevoli difficoltà, decise di celebrare il Congresso Mariano per ritrovare l’unità del popolo andriese dopo i moti del 1946.

L’anno seguente, il 1948, si preoccupava soprattutto di compiere opere caritative e sociali come la Casa del Fanciullo per i figli dei braccianti mettendo a disposizione la Guardiola del Sacro Cuore che cessò di essere Villa vescovile e luogo ove i seminaristi trascorrevano le vacanze estive e sollevò il problema, anche dinanzi alle Autorità governative centrali, di chi abitava nel rione detto delle grotte di Sant’Andrea.

Verso la fine del 1949, anno del suo venticinquesimo anniversario di sacerdozio, si rivolse ai fedeli di Andria per notificare la celebrazione dell’Anno Santo con missioni popolari tenute dai missionari della Compagnia di Gesù e con il pellegrinaggio a Roma.

Nel 1950, con forti prestiti ottenuti dalla Pontificia Commissione Assistenza incoraggiò l’acquisto di terreni in favore dei braccianti in quelle località che, oggi, per suo volere, portano il nome di Contrada Crocifisso. Istituì la messa domenicale del bracciante e la messa del 1° maggio per tutti i lavoratori. Trasformò la chiesa “ Mater Gratiae “ non aperta più al pubblico, in una grande “Casa del Lavoratore “.

L’atto più solenne, oltre che segnare una tappa nella storia della Diocesi e dare vita nuova alla comunità cristiana secondo le intenzioni dell’Anno Santo, fu il Sinodo Diocesano che si tenne dal 4 all’8 dicembre del 1950. Tutte le Associazioni che operavano nel sociale rispondevano ad un progetto unitario pur nella varietà dei compiti assegnati. Per questo nel Sinodo Diocesano istituirà la SEDAS (Segretario diocesano per le Attività Sociali) fissandone i compiti. Tutto imponeva un cambiamento nella stessa azione pastorale per incidere maggiormente in una società dove il cristianesimo era di pari passo contrastato da ideologie materialiste.

Le disposizioni sinodali entrarono in vigore il 1° gennaio del 1951 ma per il Vescovo non ci fu il tempo di gustare i frutti di tanto lavoro: quell’anno si ammalò gravemente senza più riprendersi fino alla morte.

 


 

5. L’epilogo

 

Se si tiene conto delle numerose iniziative promosse dal Vescovo e della brevità del suo episcopato, appena undici anni, non possiamo sottolineare la grande fatica di quest’uomo. A maggior ragione se consideriamo i tempi difficili in cui egli ha operato: inizio e fine guerra, dopoguerra, disordini e tensioni sociali in tutta la Diocesi, referendum tra Monarchia e Repubblica nel 1946, prime Elezioni Amministrative dopo la caduta del Fascismo (1948). Non sapeva stare in ozio, né voleva che oziassero i suoi sacerdoti e lo stesso apostolato laicale. Tanta fatica non poteva non logorare il fisico, già soggetto per sua stessa volontà a tante restrizioni.

Ormai la Diocesi di Andria, dopo il brutto periodo dei disordini e delle tensioni, andava assumendo un aspetto diverso, fatto di pace e tranquillità. Il clima ideale per poter riprendere il lavoro pastorale con più serenità. Ma Mons. Di Donna non potrà neanche gustare i frutti del suo intenso apostolato, perché la malattia lo costringerà a letto e rapidamente lo condurrà verso l’incontro definitivo con il Signore e il distacco dai suoi fedeli.

Di ritorno da Lourdes, agosto 1951, quale responsabile unico di un pellegrinaggio nazionale, fu colpito da attacchi febbrili e ricoverato prima a Bari e poi a Bologna. Gli fu riscontrata una “ neoplasia polmonare con metastasi alla colonna vertebrale “. Ritornò in Andria a novembre senza alcun miglioramento. Il 30 dicembre Padre Ermidoro Caramaschi, come suo confessore, ebbe la facoltà di accostarsi al capezzale dell’infermo:

Eccellenza, gli disse porgendo l’orecchio, i medici riuniti a consulto hanno dichiarato che non c’è più nulla da sperare, mi dia l’ultima benedizione. Egli invece, mi fece cenno di dargli l’assoluzione, come tante volte gli avevo dato in confessione… ”.

La malattia peggiorò a tal punto che il 15 dicembre ricevette gli ultimi sacramenti in piena lucidità mentale dicendo:

“È questo uno dei giorni più belli che la Santa Chiesa mi dà…“.

 

 

Si commosse e domandò perdono a tutti e di cuore perdonò. Nel decorso della malattia, nonostante le atrocissime sofferenze, Mons. Di donna non ebbe mai un lamento, mai chiese dell’entità della sua malattia. A chi lo avvicinava, ripeteva con un sorriso “ Deo gratias, semper Deo grazias“. Era lui che confortava chi soffriva per lui. Dal letto non si stancava di fissare il Tabernacolo che era stato posto davanti alla porta della camera, nel corridoio. Il suo eroico spirito di rassegnazione meravigliò perfino i medici. Il Prof. Giovanni Dell’Acqua della Clinica Patologica di Bari, ebbe a dire di lui:

Questo è un gigante di santità, più oggetto di ammirazione che di imitazione, perché è difficile raggiungere uno stato tale di abbandono in Dio”.

 

In piena lucidità mentale, dal letto, guidava la sua Diocesi e uno degli ultimi atti del suo episcopato, se non proprio l’ultimo, fu la fondazione della Parrocchia Maria Santissima del Rosario di Canosa.

Tomba di Monsignor Di Donna nella cattedrale di Andria

Tomba di Monsignor Di Donna nella cattedrale di Andria

Morì il 2 gennaio dell’anno 1952 festa del SS.mo Nome di Gesù alle ore 14,28 assistito da Padre Stefano Savanelli, colui che più di ogni altro conobbe le atroci sofferenze, l’ammirevole serenità di spirito e l’intima unione con Dio del Vescovo ormai morente; dalle suore Trinitarie Suor Aurelia di Gesù e Suor Lorenza della Madre di Dio e dal cameriere Antonio Calvi. L’episcopio fu preso d’assalto, perché tutti si resero conto di aver perso un uomo importante, un santo e volevano rendergli l’ultimo saluto. 2).

Riferimenti: V. LUCARELLI, Il Servo di Dio Mons. Giuseppe di Donna O.SS.T., Roma,1983. R. CALABRO, Omelia per il 43° anniversario della morte di mons. Giuseppe Di Donna, RDA, Anno XXXVIII, N. 1, Gen/Feb.1995, pp. 41 – 46. M. ALLEGRO, Preoccupazione pastorali e magistero sociale di Mons. Di Donna, Vescovo di Andria (1940-1952) tra seconda guerra mondiale e Anno Santo, Tesi di laurea Magistero Scienze Religiose, anno acc. 1989-1990. R. RUOTOLO, Ricordando il Servo di Dio Mons. Giuseppe Di Donna nel 40° anniversario della sua morte, Grafiche Guglielmi, Andria, 1992.